May 26, 2008
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Mi piace chi ha la voglia di interessarsi con passione alle cose, e questo weekend siamo stati ospiti da due persone così, Emilio e Tonia, nella cui casa si trovano libri di storia dell’arte e tavole da disegno che convivono con trattati di fisica quantistica e circuiti stampati; i dvd di Totò strizzano l’occhio ai manuali di ingegneria del software e in mezzo a tutto scorrazza allegramente Marcel, il cane dagli occhi grandi 
E’ stato un bellissimo fine settimana e Cambridge è una cittadina veramente graziosa. Abbiamo passato il sabato sera a casa di Francesca e Thomas (altri due “cervelli all’estero”) insieme ad altri ragazzi “emigrati” dal Sud America, dal Canada e dall’Italia, in un’atmosfera serena in cui le cose più evidenti non sono tanto le differenze, quanto ciò che ci rende uguali. Beh, la bisboccia ovviamente c’è stata! Partendo da un buon barbecue, non potevamo che finire in bellezza: quindi sotto con la macedonia, il favoloso tiramisù di Francesca, il mohito casalingo, il narghilè e un (costoso) sigaro cubano. Incontrare certe persone riaccende veramente la speranza nel futuro e la fiducia nella gente. Si ha la sensazione che, anche se il mondo sembra andare nella direzione sbagliata, le cose si possano cambiare.

La domenica abbiamo fatto i turisti, incontrando Renata al King’s College. Renata è un’amica del fratello di Alessandra (anche lei è di Sassari) che sta facendo un dottorato in musicologia a Cambridge. Ha saputo che eravamo in Inghilterra grazie a un’amica giapponese del suo ragazzo, che è anche la moglie di un mio amico di Bologna… lo so, ci vorrebbe un disegno! Certe volte è incredibile quanto sia piccolo l’universo. Dopo un buon caffè (preparato da una ragazza italiana) e molte chiacchere, ci siamo incamminati verso casa. Lungo la strada Emilio mi ha offerto il fudge, un dolce tipico i cui quattro ingredienti principali sono zucchero, burro, zucchero e ancora burro: una cosa leggera insomma, ma buonissima se presa in dosi omeopatiche.
Guidando verso Bristol non potevamo evitare di perderci nella zona di Londra, e a forza di sbagliare strada (è possibile anche con il navigatore satellitare!) ci siamo fatti pure un giretto per l’aeroporto di Heathrow.
Oggi qui era un giorno festivo (bank holiday) che abbiamo passato quasi interamente in casa: fuori pioveva a dirotto e c’era vento. Poi è spuntato il sole e Yannis, il mio collega greco, ci ha proposto di andare da lui a guardare un film: Zeitgeist.
Tecnicamente parlando, è un film molto semplice da vedere: basta collegarsi al sito (www.zeitgeistmovie.com) e si può guardare online. Per quanto riguarda i contenuti, non saprei assolutamente classificare un documentario del genere. Posso solo dire che lascia il segno, nel bene e nel male, e coloro che avranno la pazienza e la volontà di guardarlo fino alla fine forse proveranno una bella sensazione di fiducia nel futuro, come un fiore fresco e colorato che nasce in mezzo a una colata di cemento. Almeno per me è stato così.
Beh, qui s’è fatta mezzanotte e domani si torna a lavoro. Goodnight!
May 25, 2008
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Siamo tornati da un bellissimo weekend a Cambridge, ma di questo parlerò nel prossimo post. Adesso vorrei solamente dire due parole sulla notizia riportata oggi da Ansa: “la Santa Sede benedice la scelta sul nucleare“. La motivazione: “la decisione del governo è conveniente perché l’Italia compra a caro prezzo l’energia elettrica prodotta con centrali nucleari dai Paesi confinanti“.
Avevo avuto il sospetto che il pontificato di Benedetto XVI fosse un po’ conservatore, ma non credevo che potesse tornare così indietro nel tempo. Per favore, qualcuno spieghi al cardinale Martino che esistono le “energie rinnovabili”, che il 30% dell’elettricità nel Nord Europa proviene da centrali eoliche e fotovoltaiche e che in Italia c’è stato un referendum contro il nucleare. Lo stesso cardinale ricorda che la Santa Sede è uno dei membri fondatori dell’IAEA (Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica) per promuovere un “uso pacifico dell’energia nucleare”. Va bene, anche io sono contrario alle testate atomiche… ma l’uso pacifico delle scorie chi lo dovrebbe promuovere? Ci sono Paesi in una “via di sviluppo” resa cronica dalla politica energetica del resto del mondo: mantenuti in miseria, subiscono il ricatto del cibo in cambio di petrolio (“oil for food”) oppure di smaltimento di rifiuti e scorie radioattive. Chi glielo spiega l’uso pacifico del nucleare?
Si fa presto ad appoggiare la costruzione di una centrale quando si ha la certezza che non sorgerà vicino a casa propria. Quindi se il Vaticano vuole una centrale, si prenda la responsabilità di ciò che dice e la costruisca… in Vaticano. Altrimenti eviti di fare propaganda politica approfittando della propria posizione di potere, lasciando a Cesare quel che è di Cesare.
May 18, 2008
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Alle superiori la professoressa di inglese ci insegnava che, nelle date inglesi, l’anno va spezzato a metà: se voglio dire 1978 lo devo leggere “19-78″ quindi “nineteen seventy-eight”. Non pensavamo ancora all’anno 2000 e quando è arrivato sentivo parlare di “two thousand”, e l’inizio del XXI Secolo è stato nel “two thousand one” e non nel “twenty oh-one come avrei potuto pensare. Uhm, c’era qualcosa di strano, ma non mi sono soffermato più di tanto sulla questione, probabilmente avendo cose migliori da fare.
Adesso è giunto il momento di sbrogliare questa annosa questione (english humor). Se prima avevo il sospetto che gli Inglesi fossero parecchio strani, ora lo so con certezza! Ecco cosa ho imparato…
Se ci riferiamo a un anno precedente al 1000, è come in italiano. Quindi “224″ si dice “two (hundred and) twenty-four”, “301″ si dice “three (hundred and) one” e “900″ semplicemente “nine (hundred)”. La parte tra parentesi è facoltativa, ma è meglio dirla per non correre il rischio di essere scambiati per barbari o per americani.
Ora, come tutti sappiamo, 100 x 10 = 1000… ma non in Inghilterra! Infatti l’anno Mille si dice “ten hundred” (dieci centinaia). Da qui si procede di conseguenza: “1001″ è “ten hundred (and) one” e “1099″ è “ten hundred (and) ninety-nine”.
E allora “1100″? Ovviamente si dice “eleven-hundred” (undici centinaia), ma attenzione: “1104″ si può dire “eleven hundred (and) four” oppure “eleven (and) oh-four”, mentre “1112″ va spezzato in due: “eleven twelve”.
In pratica, se le ultime due cifre vanno da “00″ a “09″ occorre usare “hundred and”, altrimenti si spezza l’anno in due… e questo fino al “1999″ (“nineteen ninety-nine”).
Nel frattempo gli Inglesi si devono essere accorti della praticità di pronunciare gli anni nel modo in cui sono scritti, come accade in italiano e – credo – in tutte le altre lingue del mondo
Sicuramente non vedevano l’ora di arrivare al Duemila: un ottimo pretesto per cambiare la regola. E così, dal 2000 in poi, gli anni si dicono come in italiano.
Ecco un po’ di date con la loro pronuncia inglese:
1 – “one” (nascita di Gesù)
325 – “three (hundred and) twenty-five” (concilio di Nicea)
800 – “eight hundred” (incoronazione di Carlo Magno)
1066 – “ten (hundred and) sixty-six” (battaglia di Hastings)
1260 – “twelve (hundred and) sixty” (battaglia di Montaperti)
1864 – “eighteen sixty-four” (completamento del Clifton Suspension Bridge)
2008 – “two thousand (and) eight” (anno corrente)
2012 – “two thousand (and) twelve” (fine del mondo nel calendario Maya)
2158 – “two thousand, one hundred (and) fifty-eight” (inutile impararlo, tanto non ci saremo più)
Ecco anche un link utile (click qui).
PS: ho ancora dei dubbi su come si dicono gli anni Avanti Cristo. Ad esempio, “6000 BC” si dice “six thousand” oppure “sixty-hundred”… oppure in un altri modo ancora?
May 14, 2008
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Pochi giorni fa ho ricevuto una strana lettera dal Comune di Bristol: vogliono sapere il parere degli abitanti riguardo all’installazione di cinque antenne per cellulari sul tetto del vicino centro commerciale. Sono commosso. Finalmente un’istituzione che mi chiede un parere… non mi era mai successo, tranne che per le elezioni!
Un po’ incredulo, ho aperto la pagina web specificata sulla lettera e ho potuto vedere tutti i dati relativi al progetto, comprese le specifiche tecniche, gli studi sull’intensità del campo elettromagnetico e la planimetria dell’edificio che dovrebbe ospitare le antenne. Tutto in comodi file PDF scaricabili e stampabili. E dulcis in fundo… lo spazio per inviare i commenti al Comune. Lo so, sembra fantascienza!
Sembra proprio che il rispetto dei cittadini sia una cosa sacrosanta da queste parti, e quando un’istituzione non fa il proprio dovere le persone si arrabbiano. Proprio in questi giorni Gordon Brown è in difficoltà, perché accusato di aver indebolito l’economia del paese e alzato le tasse. La gente si fa sentire insomma, e i giornali pure: non ho ancora visto un quotidiano che sia favorevole al primo ministro… sarà perché qui la stampa non è finanziata dai partiti? Tra l’altro è piuttosto difficile trovare due prime pagine praticamente identiche (come nel caso di Repubblica, Corriere e La Stampa…) e lo stesso vale per i siti internet dei giornali: l’importanza delle notizie è diversa da uno all’altro e non ci sono le donne nude, che invece imperversano nei siti dei quotidiani italiani mascherate da notizie. Sarà che qui la stampa è veramente indipendente? Lo so, sembra fantascienza!
Un’altra cosa che mi ha colpito è che i pedoni hanno la precedenza sulle strisce e gli inglesi credono che passare col rosso sia illegale (illusi!). Ovviamente queste regole diventano un po’ più elastiche il venerdì sera, quando tutti vogliono tornare a casa il prima possibile
L’impressione generale che ho è che tutte le persone siano rispettate, senza guardare troppo a sottigliezze quali le preferenze sessuali o la religione. Giusto per fare un esempio, a Bologna la maggior parte dei Pakistani lavorano 24 ore al giorno dentro dei minimarket in condizioni igieniche… scarse; il mio collega Pakistano ha un buon lavoro e ogni venerdì può uscire dall’ufficio, andare a pregare in moschea e tornare a lavoro in tutta tranquillità. Se una ragazza ha un figlio, può stare a casa per un anno intero (il padre solo per due settimane) senza rischiare di perdere il lavoro… anzi riceve pure il sussidio dallo Stato. Lo so, sembra fantascienza!
Trovare lavoro qui, in un campo diverso da quello tecnologico, non è semplicissimo. Avere a che fare con un inglese al telefono è snervante. La spazzatura in strada che ribolle sotto il sole per quasi una settimana fa schifo… Le difficoltà ci sono, non sono poche e iniziare non è indolore. Dopotutto anche la fantascienza ha dei lati negativi, ma alla fine è bello avere fiducia e curiosità. A proposito della “difficoltà iniziale”, l’Yi Jing dice: “la difficoltà iniziale opera sublime riuscita, propizia per perseveranza [...] così il nobile opera districando e ordinando“. Ecco quello che sto facendo: districare e ordinare, fare chiarezza, con perseveranza.
Ogni tanto mi fermo a pensare alle persone che mi mancano e mi assale la nostalgia. So bene che la distanza non si misura né in mille chilometri, né in tre ore di viaggio. La distanza può essere qualcosa che aumenta nel tempo, e a volte sarebbe dura da affrontare se non ci fosse Alessandra qui con me.
Altre volte mi fermo a pensare a dove sono capitato. E mi sento felice.
May 11, 2008
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Una delle cose che apprezzo di Bristol è il modo in cui si vestono le persone. La moda locale alterna il pacchiano con il tamarro, talvolta mescolandoli in un tripudio di paiette dorate e cinturoni leopardati. Per me è il paradiso: dato che la mattina mi cospargo di colla e mi tuffo nel mucchio dei vestiti, in un posto come questo non rischio di sentirmi fuori luogo. Anzi, il sabato sera arrivo addirittura a sembrare elegante in confronto alla popolazione indigena, i cui esemplari maschili – in gran tiro – sfoggiano magliette sudate e bicipiti tatuati con scritte in stile gotico, teschi e bandiere del Regno Unito.
Tuttavia non è così gratificante essere tra i “meno peggio”, quindi ieri (con la paziente consulenza di Alessandra) ho fatto un po’ di acquisti di abbigliamento nei negozi di Broadmead, se non altro per aumentare l’altezza del mucchio di vestiti
Un’altra cosa che non mi aspettavo è l’importanza che danno al volontariato. Buon segno, significa che le persone hanno tempo da dedicare agli altri; ci sono volontari di tutte le età, e a quanto pare aver partecipato a qualche attività caritatevole è molto ben visto anche nei curricula. Proprio ieri leggevo che la BBC aveva raccolto circa £1,000 da un programma in stile Telethon, ma invece di darli in charity se li era intascati. Pochi giorni dopo ha dovuto restituirli con gli interessi, donandoli effettivamente al fondo di beneficenza, e il direttore della BBC ha dovuto scusarsi pubblicamente in televisione. Insomma sminuire la carità inglese è quasi peggio che rubare una banana a Palermo (vedi Johnny Stecchino).
Con il passare del tempo mi accorgo anche di iniziare a capire i testi delle canzoni inglesi. Normalmente ho sempre ascoltato le parole come parte della musica: erano suoni, e anche quando conoscevo il testo di una canzone, difficilmente lo collegavo al suo significato. Adesso mi ritrovo a prestare attenzione a quei suoni, capisco il senso delle frasi… e il più delle volte è una delusione: ci sono canzoni che ho sempre ascoltato volentieri che hanno un testo veramente idiota
Allo stesso tempo ci sono brani altrettanto piacevoli a cui le parole aggiungono sfumature insolite ed emozionanti… insomma si apre un nuovo mondo, che ho sempre avuto sotto il naso e nel quale, forse per pigrizia, non mi ero mai addentrato a fondo.
Inizio a rendermi conto perché i Queen sono i Queen e le Spice Girls sono le Spice Girls: è lo stesso motivo per cui Mogol è Mogol e Max Pezzali è Max Pezzali. E ovviamente De André è De André.
May 7, 2008
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Finalmente la primavera è esplosa anche a Bristol
Il sole inonda le strade, non c’è troppo vento, l’aria profuma di buono ed è tiepida come una carezza: non pensavo che avremmo raggiunto i 23 gradi già a Maggio. Ovviamente gli inglesi hanno cambiato abbigliamento per adattarsi alla nuova temperatura. Se a febbraio gli uomini giravano in maglietta, e le donne indossavano gonna e ballerine (senza calze), adesso ci sono ragazzi a petto nudo e ragazze con minigonna ascellare e infradito. Non immagino cosa succederà d’estate!
Il fisico inglese segue sicuramente un percorso di adattamento climatico diverso da quello degli italiani, un po’ per forza di cose e un po’ per abitudine. Ad esempio, alcuni dei posti più freddi della città sono i supermercati. Il banco frigo qui è veramente freddo ma le persone si aggirano con disinvoltura tra gli scaffali in maglietta e calzoncini.
Cambiando discorso, lunedì qui era festa (bank holiday) e abbiamo fatto un giro alla Redland Fair che si svolgeva molto vicino a casa nostra. In pratica è una sagra per famiglie con bambini, piena di bancarelle che vendono tutte le cianfrusaglie immaginabili. Ogni tanto c’era l’esibizione di un coro locale, e abbiamo anche assaporato un po’ di Scozia con i suoni della “Pipes and Drums”, una banda di cornamuse e tamburi. Più tardi siamo andati al cinema… per la prima volta! Avevo letto che proiettavano “Persepolis” e non potevo perdermelo. Il film è stato superiore a ogni aspettativa, comico e tragico insieme, come ogni esperienza vista attraverso gli occhi dei bambini.
PS: ho messo sul sito le foto di Bristol e Cardiff fatte da Giovanni. Ci sono un po’ di problemi con la visualizzazione delle foto (sorry), forse aprirò presto un account su Flickr.
May 4, 2008
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Il Galles mi piace. C’ero passato otto anni fa e ne conservo un bel ricordo. Oggi la campagna vista dall’autostrada, interrotta dal giallo intenso dei campi di senape, mi ha riportato in mente le sensazioni vibranti di quel viaggio verso l’Irlanda.
Mentre Alessandra e Giovanni (venuto a trovarci da Torino) si scambiavano battute in sassarese, abbiamo attraversato il ponte sul Bristol Channel e siamo entrati in Galles, accolti da un criptico “Croeso” (il benvenuto gallese). Da allora in poi tutti i cartelli sono bilingue, inglese e gallese, l’ultimo dei quali è illeggibile e dal sapore ancestrale.
Abbiamo poi scoperto che c’è qualcosa di più “intrigante” che andare a Cardiff a fare i turisti: andare a Cardiff a fare i turisti il giorno di una mega partita di rugby. E c’è una cosa ancora peggiore: entrare con la macchina in una stradetta a senso unico, bloccata all’altra estremità da un corteo di tifosi urlanti e mezzo ubriachi che aspettano di entrare allo stadio! Dopo aver fatto una “manovra partenopea” da manuale, abbiamo trovato parcheggio e ci siamo dedicati alla visita della capitale del Galles
o almeno della sua parte più turistica, visto che è grande poco meno di Bristol. Nonostante il tempo estremamente variabile, la città era piena di turisti mobilitati dal bank holiday del 5 Maggio: in pratica è come la festa del 1 Maggio, ma si festeggia il primo lunedì del mese così non c’è pericolo che la ricorrenza cada nel fine settimana 
Dopo un po’ di negozietti per turisti e di grandi magazzini, abbiamo finalmente visitato l’attrazione principale di Cardiff: il castello. In pratica ci sono due edifici: il torrione e il castello vero e proprio. Il primo è il più antico ed è rimasto quasi immutato nei secoli… beh adesso ovviamente è quasi un rudere, ma con un discreto fascino e una bellissima vista sulla città. Il castello invece è stato rimaneggiato fino all’inizio del Novecento e – come dice Alessandra – assomiglia un po’ a Disneyland. La maggior parte delle stanze sono state ricostruite alla fine del XIX Secolo e trasudano decorazioni neogotiche che comprendono opulenti motivi arabeggianti, scritte in greco e pure l’impluvium di una villa romana con scene bibliche e scritte in ebraico sulle pareti. Occasionalmente la guida ci dilettava con battute agghiaccianti a cui facevano seguito le risate perplesse e imbarazzate dei visitatori… umorismo inglese, evidentemente!
Abbiamo terminato la visita prima che finisse la partita di rugby, e piano piano siamo tornati verso casa. Ho letto le notizie dall’Italia e sono rimasto “abbacinato”… A proposito della pubblicazione online dei redditi degli italiani, il Corriere di ieri scriveva che “le conseguenze giudiziarie potrebbero non essere limitate a chi ha diffuso i dati via web, sempre che sarà accertata l’esistenza di un reato. Sarà perseguito penalmente, rischiando anche la galera, chi userà i dati finiti in circolazione in modo improprio“.
Oltre il danno, la beffa! Se un vice ministro (o chi per lui) pubblica in rete delle informazioni su un sito istituzionale, contemporaneamente legittima chiunque a prenderne visione, anzi a scaricarle sul proprio computer (l’unico modo per visualizzarli, perché contenuti in un file compresso). Il download dei dati da un sito del Governo non deve costituire un reato – addirittura penale – in un paese civile. Mi chiedo poi in quale modo si possa valutare un “uso improprio” di tali dati.Se poi i dati fossero stati scaricati – che no so – da un cittadino australiano? Avrebbe agito esattamente come migliaia di Italiani, ma non credo che rischierebbe qualcosa. Come se non bastasse, sul sito del Sole 24 Ore è possibile scaricare l’elenco dei principali contribuenti in otto città italiane. Su tale pagina è anche specificato che i dati sono stati presi dalle reti peer-to-peer: neanche quelli ufficiali insomma. Anche se in tali elenchi non compaiono i nomi delle persone, il download dei redditi è stato dichiarato illegale. Insomma si sente già l’influenza del Popolo della Libertà: citando Guzzanti, in Italia facciamo un po’ come c***o ci pare!.
Per come la penso, è giusto che se un membro del Governo ha infranto la legge, debba pagare. Ed è ingiusto che la colpa ricada sui dei cittadini che hanno scaricato quello che era disponibile su un sito istituzionale.
Quello che invece succederà – visti i precedenti – è che il vice ministro la passerà liscia e i cittadini italiani ne pagheranno le conseguenze. Se le cose andassero veramente così, anche solo per un singolo cittadino, avremmo la prova che l’Italia non è più un paese democratico e sarà un giorno molto triste. Alla fine però sto parlando di fantapolitica, perché con la velocità della giustizia italiana e i tempi di prescrizione dimezzati nessuno avrà problemi, con “buona pace” di tutti
May 2, 2008
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Nel mio lavoro ho spesso a che fare con i numeri e la prima lezione che ho imparato in merito è che le cifre non sono mai assolute. Voglio dire… un numero è solo un numero, non spiega il perché delle cose. Un numero è interpretabile, anzi è sempre da interpretare!
Capita però che spesso ci fidiamo, perché i numeri li usano gli scienziati e gli scienziati ci danno sicurezza. Sui giornali e in tv ci sono sempre statistiche, percentuali, dati… solo raramente confronti, quasi mai interpretazioni. Siamo bombardati da cifre che diventano suoni incompresi: il PIL è sceso del duevirgolaquattordicipercento, l’inflazione sale dell’unovirgolacinquantasei e l’euro guadagna lo zeroundicipercentosuldollaro.
Alla fine i numeri ci passano attraverso, il loro contenuto informativo diventa nullo, e così ci perdiamo delle vere e proprie chicche giornalistiche come quella
apparsa sul sito di “Repubblica” il 29 aprile (grazie Pietro per la segnalazione!): “Se l’anno scorso erano sei su 10 gli italiani sospettosi verso gli stranieri, oggi sono quasi raddoppiati (11,3%)“. Sono d’accordo che lo zero non vale granché, ma sbagliare il 6% con il 60%…
Ad ogni modo questo dettaglio non deve essere passato inosservato: vedo in questo momento che la pagina è stata aggiornata e adesso gli italiani diffidenti sono “giustamente” sei su 100.
Un altro effetto dei numeri è quello di trasformare le notizie. Un esempio lampante è stato il V2-Day organizzato da Beppe Grillo a Torino, dove i giornali riportavano la presenza di massimo 50000 persone perché Piazza San Carlo non può contenerne di più (Repubblica, Unità. Ma davanti ai numeri anche i vincoli architettonici vacillano: gli stessi giornali un anno prima facevano entrare nella medesima piazza almeno il doppio di persone (Repubblica, Unità)!
Dulcis in fundo, come non citare i redditi italiani finiti su internet, da cui si è visto che “nel 2005 un industriale come Luciano Benetton dichiarava un reddito imponibile di 1.635.722 euro, contro i 4.272.591 del comico Beppe Grillo ora diventato celebre per i V-day o i 3.580.995 di euro del più celebre Roberto Benigni.” (tratto dal sito del Corriere). Ora non voglio fare i conti in tasca alle persone, ma mi sembra strano che il proprietario del Benetton Group SpA – nonché suo maggiore azionista (70%) – guadagni “solo” un milione e mezzo di euro l’anno quando l’azienda, sempre nel 2005, ha fatturato 1.8 miliardi di euro e possiede inoltre il 50% di Also Srl, il 40% di New Co, il 10% di Tecnica SpA, il 9% di Blu, il 6% di Telecom Italia e il 5% di RCS MediaGroup.
Ma queste sono le cifre, chiare e immutabili, e alla fine la lezioni è semplice: i numeri hanno sempre ragione, e proprio per questo non bisogna mai fidarsi né di loro… né di chi dà i numeri