Matematica
June 23, 2008 Uncategorized No CommentsLove multiplies when divided
(L’amore si moltiplica quando si divide)
Scritto davanti alla chiesa vicino a casa
Love multiplies when divided
(L’amore si moltiplica quando si divide)
Scritto davanti alla chiesa vicino a casa
Si vede che dovevo venire fino a Bristol per assaggiare l’uva spina. Qui si chiama gooseberry (bacca delle oche), l’ho trovata al mercatino degli agricoltori per due sterline e me la sono mangiata come un pacchetto di caramelle, un acino dopo l’altro: mmmbuonissima!
L’uva spina è stata il sottofondo del fine settimana: ogni tanto ne mangiavo un po’ mentre studiavo, leggevo, cucinavo, guardavo le nuvole passare fuori della finestra.
Sabato c’è stato molto vento, è arrivato un temporale e se n’è andato. Sul sito nazionale delle previsioni del tempo ho trovato questo simbolo su Bristol:
. Un’immagine vale più di mille parole!
Nonostante la pioggia, la sera sono andato al compleanno di Yannis, il mio collega greco. Ero l’unico “straniero”, nel senso che gli altri invitati erano tutti greci, nonché l’unico collega di lavoro… e questo mi ha fatto in qualche modo piacere. Essendo tornato a casa alle 2:30, ieri mattina l’incontro di taiji al parco è stato piuttosto sonnolento ma molto pittoresco.
Il vento, risalendo la gola dell’Avon, trasformava il prato in un movimentato mare verde, in cui le onde d’erba si illuminavano assecondando i rapidi spostamenti delle nuvole nel cielo che coprivano e oscuravano il sole. Io mi godevo spettacolo da un’isola di calma, come nell’occhio del ciclone, protetto da dei cespugli e con la consapevolezza incrollabile e rassicurante che a casa c’era dell’uva spina ad aspettarmi (Ale torna presto!).
Come da copione questa mattina il vento è tornato normale, lasciando il cielo limpido la strada spettinata di spazzatura: non è insolito visto che – vento o no – un po’ di monnezza a giro qui c’è sempre (e poi dicono di Napoli…).
Ho ripreso la settimana lavorativa con le solite frustrazioni di Windows, trovando sempre più punti in comune tra questo sistema operativo e il Male. Se non altro ho le prove che certe tecnologie non aiutano a migliorare la vita, anzi!
Questa sera due mongolfiere mi hanno accompagnato lungo la strada per la palestra, dalla quale sono tornato poco fa. Adesso un po’ di uva spina, un bel latte caldo e poi a nanna, che voglio finire il prossimo capitolo dell’Isola del Tesoro. A proposito, lo sapevate che l’equipaggio si imbarca proprio da Bristol? Chissà se questa città porterà anche me alla scoperta di un tesoro
Questa mattina, mentre pedalavo sonnolento per andare a lavoro, mi sono trovato a pensare ai cinque sensi: proprio quelli che si studiano alle elementari. In particolare riflettevo sul fatto, abbastanza triviale, che i sensi portano dentro di noi qualcosa di ciò che percepiamo come mondo esterno. Noi elaboriamo queste informazioni, in modo più o meno consapevole, e bene o male ognuna di esse ci lascia un segno anche se crediamo di essercene dimenticati, di averla scartata.
L’esempio del cibo (a proposito del gusto) è banale e scontato. Ma cosa si può dire, ad esempio, della vista? Tra tutti i sensi è quello che per primo ci mette in relazione con le altre persone (“a prima vista…”) e spesso cerchiamo di invertire il senso delle informazioni: anziché osservare, ci preoccupiamo di apparire. Raramente abbiamo la stessa attenzione per gli altri sensi (giusto per l’olfatto, ogni tanto…
) e questo la dice lunga sull’importanza del “colpo d’occhio”.
Quante volte, invece, pensiamo a ciò che entra dagli occhi? La qualità di ciò che vediamo insomma. Le pupille sono una porta d’accesso per le informazioni, sia quelle che generano pensieri razionali, sia – soprattutto – tutto ciò che scatena delle emozioni. Perché vedere una distesa di auto in un garage non fa lo stesso effetto che guardare un tramonto in riva al mare. Anche ciò che leggiamo ci lascia delle sensazioni, perché ogni parola porta con sé un carico emotivo che varia da persona a persona… non esistono vocaboli neutri, altrimenti non ci sarebbe neanche la poesia! Quindi – continuavo a pensare – la qualità di ciò che vediamo condiziona in una certa misura il modo in cui viviamo: allora è importante leggere dei buoni libri, guardare dei bei quadri, esattamente come è importante – sul piano dell’udito – ascoltare buona musica. E qual’è la cosa più brutta che si possa guardare? Ho alzato un po’ gli occhi dalla strada e l’ho vista: i cartelloni pubblicitari. Sono un vero insulto allo sguardo, lo aggrediscono con prepotenza, entrano nel cervello con frasi supponenti e lo oltrepassano per lasciare dentro solamente una sensazione di vuoto da colmare.
Mancavano alcune centinaia di metri all’ufficio e allora ho fatto il mio esperimento: ignorare i cartelli pubblicitari, come se non esistessero affatto, puff! spariti. I risultati sono stati essenzialmente due: 1) è difficilissimo ignorare la pubblicità; 2) quando riesco a farlo, mi sento molto più leggero.
So di avere scoperto l’acqua calda: ne avevo sempre sospettato l’esistenza, ma senza averla mai assaggiata per bene.
Concludo con un video fra i tanti di Enzo Biagi. Questo in particolare mi ha colpito per come esprime delle idee così vicine ai ragazzi della mia età in merito al diritto al lavoro, aborto, alla voglia di giustizia… oppure sono io che sto invecchiando!
In queste sere senza Alessandra sto inutilmente cercando di colmare la sua assenza con la fiction italiana. Un po’ come voler riempire l’universo con palline da ping pong: un’opera impossibile e proprio per questo ottima per ingannare l’attesa.
Grazie ai consigli (leggi “per colpa”) di Andrea “Nasta” mi sono appassionato alla serie Boris, ambientata sul set televisivo di una pessima fiction italiana… una meta-fiction insomma.
Purtroppo tra una puntata e l’altra ci scappa l’occhiata alle notizie dal fronte (l’Italia) e saltano fuori cose tragicomiche, come l’intervista di Piero Ricca al senatore Veronesi o i militari che pattugliano le città, i giornalisti che non possono pubblicare le intercettazioni telefoniche (pena il carcere, la multa e il licenziamento) e la magistratura sempre più bloccata e controllata… mi ricorda qualcosa studiato nei libri di scuola, forse mio nonno potrebbe avere un déjà vu.
Allora mi rifugio nella lettura dell’Isola del Tesoro, che avrei sempre voluto leggere ma per pigrizia non l’ho mai fatto: adesso mi posso togliere lo sfizio di gustarmelo in lingua originale
In più, tornando dall’incontro di taiji al parco, oggi sono entrato nel charity shop dei libri e ho comprato il secondo episodio di Harry Potter insieme a una raccolta di Celtic fairy tales.
Tutto per ingannare l’attesa. Ale torna presto!
In questi giorni Alessandra sta viaggiando tra Siena e Bologna e mi ha detto una cosa verissima: vivere in Italia è come prendersi in continuazione pugni e poi carezze.
A titolo di esempio, ha viaggiato da Firenze a Siena seduta sul pavimento dell’autobus di linea stracolmo di persone, perché la compagnia aveva venduto biglietti in esubero anziché mettere un’altra corsa (che in una stagione turistica sarebbe stato il minimo). Arrivata a destinazione si è però rifocillata con la panzanella fatta da mia mamma. Un pugno e poi una carezza insomma.
In Italia è difficile incazzarsi per bene, perché per ogni cosa che non funziona ne arriva subito un’altra che ci riappacifica col mondo, che sia il cibo, la compagnia o la vivacità delle persone. Però è anche vero che in questo modo è un po’ come essere nel dormiveglia: c’è bisogno di più energia per muoversi, per aprire gli occhi. Le persone diventano succubi di chi fa la voce grossa, di chi mette a tacere le notizie, di chi vive da parassita a scapito degli altri e pochi si danno da fare per reclamare e far valere i propri diritti.
Qui in Inghilterra il cibo è (mediamente) meno buono, le persone sono piuttosto riservate e se qualcosa non funziona la gente ha tutto il modo di incazzarsi a dovere. Circa un mese fa un autobus aveva 5 centimetri di ruote sulla corsia delle biciclette; al primo semaforo rosso la signora che pedalava davanti a me ha bussato al conducente, protestando con tono deciso (che da queste parti equivale a urlare) e pretendendo le scuse. Magari è stato un fatto un po’ eccessivo, ma di certo i diritti delle persone sono sentiti come una cosa estremamente importante, quasi sullo stesso piano di una finale di rugby. E’ divertente osservare la calma con cui i pedoni attraversano la strada sulle strisce sotto gli sguardi un po’ annoiati degli automobilisti: sentono che stanno esercitando un loro diritto e se lo godono fino in fondo.
Alla fine chissà cosa è meglio: non rinunciare a nulla di ciò che ci spetta e finire la giornata con questa consapevolezza, oppure farsi tartassare tutto il tempo dall’arrogante di turno, tanto la sera c’è l’ottima pizzeria sotto casa in cui rifocillarsi?
Non credo che esista una risposta assoluta: come ogni dilemma italiano, la verità sta sempre nel mezzo
La sera ho il brutto vizio di leggere le notizie dall’Italia. Dovrei smettere, perché lo so che mi fa male… ma non ci riesco, e quindi mi indigno (per non dire di peggio).
Oggi che a Roma e Milano sfila il popolo del Gay Pride, il Vaticano di certo non se la spassa ma alla fine certe cose se le va proprio a cercare: a Viterbo infatti il vescovo ha negato il matrimonio religioso a una coppia (etero). Il motivo? In seguito a un incidente stradale, lo sposo è diventato paraplegico e impotente, quindi incapace di procreare. Oltre al danno, la beffa.
E allora penso: ma l’amore dove è finito?
Ci si riempiono tanto la bocca, lo predicano ai quattro venti, ma quando si arriva al sodo i nodi vengono al pettine. Certo, è tutto giustificato e giustificabile, come sempre. I giovani – e non solo – si allontanano dalla Chiesa e il Papa si chiede come mai. Forse potrebbe trovare la risposta nei giornali italiani.
Il viaggio in aereo toglie la percezione dello spostamento: sali in un paese e, come per magia, scendi in un altro dove si parla un’altra lingua e si usa un’altra moneta. Tutto indolore, al più qualche vuoto d’aria, senza un paesaggio di cui osservare i cambiamenti.
Ho capito di essere atterrato in Italia quando, all’aeroporto di Pisa, la biglietteria ferroviaria non accettava carte di credito o bancomat ma solo contanti. I binari sono dalla parte opposta della biglietteria (occorre attraversare tutto l’aeroporto), il treno lavato ma ugualmente sporco, con il pavimento ancora bagnato e scivoloso… su cui ovviamente sono scivolato. L’istinto mi ha fatto esclamare “sorry, sorry” e la signora su cui sono atterrato, pensando all’ennesimo turista disorientato, mi ha rassicurato con uno sguardo gentile, pietoso e rassegnato insieme.
Tornare a Bologna… uno strano effetto. Una città in cui mi sento a mio agio, che conosco. Vedo la sua bellezza, così italiana e diversa dall’Inghilterra: la vivacità goliardica e ingenua dei tifosi che festeggiano in piazza il ritorno in Serie A, una scena che forse sarebbe improbabile fuori dall’Italia.
La stazione è martellante di pubblicità prepotente, trasmessa a ciclo continuo da enormi monitor. Per strada le persone sono isteriche a tratti, raramente sorridono, i clacson suonano spesso: non c’ero più abituato. Mi ero dimenticato dei lavavetri ai semafori, dei punkabbestia con i cani, delle persone che non riescono ad attraversare sulle striscie, dei bancomat fuori uso… ma i problemi di Bologna non li sento più miei, anche se li capisco. Semplicemente li guardo con distacco e tranquillità, come qualcosa che non mi riguarda più. Forse è per questo che alla fine restano solo i bei ricordi.
Gli angoli della città trasudavano storie, una per ciascun posto, ma non ho voluto lasciarmi andare a nostalgie gratuite. Ciò che è stato fa parte di me, ed è anche grazie a quel passato che adesso sto costruendo un futuro altrove.
Ad aspettarmi c’era quel “cucchiaio d’argento” di Andrea, che mi ha ospitato pazientemente nonostante i miei giri a Padova e da un capo all’altro di Bologna (grazie!). Mi ha fatto piacere rivederlo, come è stato bello ritrovare Sabrina, Marco, Laura, Cristina, Fabio, Katia, Elia, Veronica, Alberto, Marcello, William, Maria Cristina, Fabio (capellone), Riccardo, Letizia, Alessandro, Luca, Anna, Alida, Giuliana,… il tuishou con Antonio, gli insegnamenti di Hua e – permettetemi un po’ di sentimentalismo – Andrea e Marina, i due “Pilastri” a cui mi sento particolarmente legato. Credo che il taijiquan sia veramente un’arte, perché riesce a unire tante persone così belle… e forse proprio tali persone sono l’arte del taijiquan.
E poi la domenica sera in Via del Pratello con Valeria e Nazario (il mio vicino di casa preferito di cui io e Alessandra sentiamo profondamente la mancanza)… una bella scorpacciata di emozioni insomma! Tuttavia la magia di un fine settimana con gli amici non sarebbe la stessa se fossi rimasto più a lungo, proprio come un turista.
Turista nel mio paese, così mi sento. Sono legato ai fatti, alle persone, al tempo passato qui. Ma la mia vita si svolge altrove, adesso. Non provo nostalgia, solo amarezza per un paese che non ci ha voluto o che non ha fatto abbastanza per trattenerci. E’ triste vederlo andare a picco, ma siamo giunti al “si salvi chi può”. Prima le donne e i bambini, perché farsi una famiglia è il primo motivo per fuggire dalla nave che affonda. La disperazione di vedere vanificati i nostri sforzi ha avuto il sopravvento sulla voglia di restare a combattere. Una generazione ha distrutto i propri figli.
Stazione di Firenze. Sul binario accanto al treno per l’aeroporto parte il treno per Siena. E’ ironico osservare come il passato e il futuro possano essere così vicini; talvolta sono lì, uno accanto all’altro, proprio come treni che sembrano andare nella stessa direzione ma in realtà portano in luoghi diversi. La scelta di quale treno prendere non è scontata, perché il passato già lo si conosce, è accogliente e dà sicurezza; il futuro invece è sempre incerto e richiede uno sforzo continuo e un impegno costante. Ma più che pensare al dualismo “passato-futuro” preferisco leggere la vicinanza dei treni come la presenza costante di Siena in ciò che sono: il legame con i miei genitori, con i miei amici e con tutto ciò che mi ha portato prima a Bologna e poi qui.
Il viaggio fino a Bristol è stato un volo sopra un mare di nuvole bianche, interrotto solo da un sereno pisolino.