La musica del presidente

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In questo momento di crisi per il sistema educativo, il presidente emerito della Repubblica Italiana Francesco Cossiga ha rilasciato un’eloquente intervista (link) i cui punti salienti sono riportati sul blog dell’Espresso che qui cito:

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interni (…). Gli universitari? Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì».

C’è a chi piace ascoltare Mozart e chi preferisce rilassarsi con le sirene delle ambulanze e della polizia: alla fine tutti i gusti son gusti… (*)

PS: Grazie a Pietro per la segnalazione.

(*) …disse quello che succhiava le palle del letto. (Lo so che è brutta, ma non ce l’ho fatta a trattenermi)

L’unione fa la forza

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Uniti per una giusta causa: UNITI PER IL BIDET!!!

http://unitiperilbidet.splinder.com

Grazie Roberta per la segnalazione!

Dove osano gli scoiattoli

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Una domenica mattina al parco Brandon Hill, nel centro di Bristol, a studiare e prendere il sole.

Alle mie spalle uno stagno in cui si riflette la Cabot Tower, appena uscita da un libro fantasy.

Davanti a me la placida valle dell’Avon e bambini con il gelato e intorno il suono delle campane.

E’ questo il posto dove osano gli scoiattoli.

Il business della cultura

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Sono iniziati i corsi universitari. Le strade del mattino sono uno slalom di studenti e biciclette, compresa la mia. Il quartiere universitario si è fatto bello, con cartelli nuovi di zecca che indicano i vari dipartimenti, facoltà e aule, e la Student Union vende piante da appartamento e poster a poco prezzo.

Studiare è un investimento per il futuro – ho sentito dire – e in effetti una volta laureata, una persona dovrebbe trovare un lavoro, cosa non del tutto scontata in certi Paesi… Quello che è certo e immediato è il guadagno di una città universitaria: l’ateneo aumenta l’offerta didattica per creare nuove cattedre (almeno in Italia, qui non so), i proprietari affittano delle vecchie case malandate per somme di tutto rispetto, i bar si affollano, le strade riprendono vita dopo l’esodo estivo.

Molti negozi fanno offerte speciali per studenti, ad esempio un barbiere in Park Street regala una birra per ogni taglio di capelli; anche le chiese protestanti non stanno a guardare e si gettano nella corsa allo studente sostituendo nella bacheca i consueti “consigli per la meditazione” con veri e propri messaggi accalappia-cristiani.

Sarà che sono stato anche io un “pollo da spennare” – e in altri ambiti lo sono ancora – ma tutto questo business della cultura in qualche modo mi dà un senso di spensieratezza: la leggerezza delle matricole che studiano ma con moderazione, per non perdersi il gusto di vivere in un’altra città, in una casa nuova, con dei tempi non più scanditi. Mi piace assaporare l’aria piena di buoni propositi, e mi rivedo a sforzarmi di trovare un senso all’esame di Geometria e Algebra mentre fuori c’è il sole e una città tutta da scoprire… e suona quanto meno ironico sentirsi dire che “lo studio rende liberi”!

Barbari antichi e moderni

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Pochi giorni fa nel sud dell’Inghilterra hanno rinvenuto il punto in cui approdarono i Romani per invadere l’isola. Un articolo sul Corriere riporta alcuni estratti di un’intervista ad un qualche luminare uscita sul Times, che non posso fare a meno di commentare con un pizzico di ironia.

Ma se non fosse stato per romani – continua il ‘Times’ – avremmo tutti i capelli rossi e parleremmo gallese…
Almeno sarebbe stata una lingua vera e propria, non un’accozzaglia di regole di cui il 50% sono eccezioni.

…berremmo birra invece che vino…
Forse l’intervistato non è solito uscire di casa dopo le 17:30…

…probabilmente avremmo dovuto aspettare 16 secoli in più per avere l’acqua calda, i gabinetti a sifone e il riscaldamento…
Gli inglesi sono così contenti di avere l’acqua calda che la tengono accuratamente separata da quella fredda. I gabinetti a sifone sono una bella cosa, ma al passo successivo (il bidet) non ci sono ancora arrivati e in generale, pur avendo un ottimo rapporto con l’acqua che cade dal cielo, non sembrano apprezzare allo stesso modo quella che esce dalla doccia.

…e le nostre strade sarebbero rimaste per la maggior parte inglesi. Ovvero a zig zag…
Autostrade a parte, le strade sono più simili a tratturi di montagna: le dimensioni sono rimaste le stesse dei carri romani. Però è vero che non sono a zig zag.

…senza contare che, se Roma avesse fallito, l’inglese oggi sarebbe una sorta di olandese al quadrato dove luglio si dice ‘Hooy-Maand»
A parte il fatto che il gallese non dovrebbe essere così difficile come un olandese al quadrato, sarebbe molto più divertente andare in ferie in “Hooy-Maand “piuttosto che in July… fa più allegria :-)

Morale della favola, se i Romani se ne fossero stati a casa propria sarebbe stato meglio per tutti.

Ma veniamo alla famosa bevanda che – secondo l’emerito intervistato – i Romani hanno debellato da questa terra: la birra.
Fortunatamente alcuni riti celtici sono sopravvissuti alla civilizzazione di Cesare, e tra questi c’è l’ancestrale “Rito della Guinness”, che viene consumato quotidianamente a The Grapes (il pub in cui suono) da un sacerdote di nome R. Il suddetto reverendo inizia il rito chiedendo una pinta di nettare divino (la Guinness appunto) e aspetta che il calice sia riempito fino alla seconda tacca; a questo punto consegna del denaro all’ancella (probabilmente un antico gesto propiziatorio) e attende che costei riempia il calice fino all’orlo. Il sacerdote inizia quindi a meditare profondamente, talvolta esce fuori dal tempio, fino a quando anche l’ultima insignificante bollicina non si sia ricongiunta con le altre a formare una morbida schiuma bianca nettamente separata dal liquido scuro: molti antropologi interpretano questa parte del rito come un riferimento all’ascesa dell’anima umana. Il sacerdote può a questo punto assaporare il nettare taumaturgico – un chiaro rimando alla mistica comunione con la divinità pagana – fino a svuotare il calice quasi completamente. Quando rimangono solo pochi sorsi di bevanda, ne richiede un’altra: la quantità residua servirà per meditare durante l’attesa della prossima birra.